ENRICO
LAMA
Da
presentazione alla prima mostra di Emma presso la Camera di Commercio
di
Ravenna, 24-31 maggio 1966.
Emma Casali Montanari
è una pittrice
istintiva e spontanea.
Per
parlare della sua pitture è necessario
adeguarsi alla semplicità del suo sentire, ché,
altrimenti, si rischierebbe di
svisarne la personalità con riferimenti inesatti e
inopportuni.
La
pittrice non affronta problemi di
maniere, non complicate estrinsecazioni; dipinge e dipinge; dipinge
tutto ciò
che l’estro suggerisce del soggetto ed essa traduce e traduce
subito sulla
tela, con candore.
Una
verve, che sa di giocondità nella
soggettistica e di serenità tonale, irrora i dipinti e li
adorna di note
fantasiose e di un’ansia di dire liricamente.
Eligiaci
i paesaggi, talvolta fiabesco il
racconto, pungenti i ritratti e acuti.
Un
ticchettio minuto nelle fronde rasenta
apparentemente il dilettantismo, ma una scioltezza nei paesi, nella
casa del
marito, in certi gatti che dilaniano la preda, nel cavallo investito,
nella
nevicata ecc. lasciano perplessi.
In
preda ad un’accesa estrosità la Casali
Montanari non si pone discipline manieristiche, ma dipinge secondo
necessità
soggettistica e di sensazione. Per cui le apparenti contraddizioni di
stile
ritrovano invece tra le righe, la sua personalità, il suo
intuito e la sua
ansia di dire con ogni mezzo.
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all'inizio GIUSEPPE
PESCARINI
Non
c’è dubbio: al visitatore che per la
prima volta si accosta alle opere della Casali Montanari vien fatto di
sgranar
tanto d’occhi per lo stupore: abituati purtroppo come siamo a
distinguere a
classificare a parlare per parametri e diaframmi, a vedere e a
considerare
tutto in catalogo e persino in serie, restiamo interdetti di fronte a
tanta forza
istintiva e spontanea espressa là con un’audacia
quasi sfrontata e irriverente
con una tecnica personale, ardita, talvolta incerta tuttavia recante
traccia e
quasi inavvertitamente ricalcante le orme di moderne esperienze,
filtrate
sempre attraverso un vaglio personale.
Viva,
armoniosa, felice di intuito, forte
eppur delicatissima, sola e tenacemente fissa all’approdo di
un meraviglioso
incanto di natura gentile e poetica ci presenta figure familiari,
visioni di
paese e di città, ritratti, scorci di paesaggio, nature
morte, cerimonie,
vicende e aspetti di vita con una fertilità di spunti
meravigliosa.
Presentazione
per mostra a Lugo (RA) – 25 settembre 10 ottobre 1966
– Sala Mostre Enal
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TONO
ZANCANARO
Il nostro
tempo, si sa, nel campo dell’arte
soprattutto, dovrebbe essere il più rivoluzionario di tutta
la storia
dell’umanità, come pretenderebbero tante anime
belle. Qualcuno sarebbe capace
di numerare i geni e le rivoluzioni artistiche che sono sorte anche
solo negli
anni recenti? Ma poi, si sa, il tempo mette via via le cose al giusto
posto e
chi era rivoluzionario ieri, oggi è già un
classico! Cioè un dimenticato!
Intanto a noi
fa piacere registrare la
presenza, e con più genuina salute, di artisti che senza la
pretesa di
spaventare il mondo con una nuova rivoluzione, fanno capolino nel
nostro campo
con la loro opera pittorica piena di umanità, di genuina
poesia: come è il caso
di Emma Casali Montanari che si presenta con questa personale davvero
ricca di
note liriche, di profondo e vivo amore per la natura e per la vita, di
un senso
acuto di osservazione della realtà, soprattutto in quegli
aspetti comici o
grotteschi, tipici della commedia dell’arte, che le i risolve
in modo perfino
“cordiale” e comunque pittorico.
Presentazione
per la mostra presso la Galleria d’Arte “Il
Coccio” a Ravenna – 20 febbraio - 5
marzo 1971.
P.S.
Tono Zancanaro non
avrebbe bisogno di
nessuna presentazione. Ricordiamo solo che è stato, ed
è artista di fama
nazionale e internazionale di altissimo livello. Fra l’altro
ha lavorato a
lungo nella città di Ravenna dove incontrato Emma Casali
Montanari, cui ha da
subito tributato la sua stima profonda e il riconoscimento del valore,
anche
eccentrico, delle sue opere. Due personaggi a modo loro eccentrici, e
forse
anche bizzarri, nel quadro di un quarto di fine secolo non
così semplice da
traguardare e da cui comunque entrambi traevano linfa anche per
continuare a
percepire il nuovo mediato dalla necessità di preservare il
segno della storia
e dell’arte passata.
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FRANCESCO
LOPERFIDO
Da
quindici anni, anche fuori dalla sua
Ravenna, dove presto vi giunse dalla natia Alfonsine, Emma Casali
Montanari è
conosciuta ed apprezzata da una cerchia di estimatori il cui numero va
crescendo, in relazione al lavoro e alla qualità sua, di
artista attivissima.
Cresciuta
in una città, dominata da un
antico clima di straordinaria raffinatezza formale, naturalmente sembra
prediligere, pur senza studio e preparazione di scuola, un suo modo
raccolto e
domestico, che ci presenta però in atmosfera
d’incantato colore, difficilmente
separabili da impronte e modi tipici del colorismo ravennate
tardo-antico.
In
questo senso, forse, credo abbia ragione
Zavattini, nume della poesia naive, quando parla di “falsi
ingenui”.
Certo
anche la Casali rientra, in quanto vi
appartiene, in quell’oriente padano “fantastico e
politico”, in quella Romagna
bassa e gentile, attiva e sognatrice che sembra favorire una cultura di
autodidatti, di instancabili lettori e favolisti, di maestri della
realtà
vissuta come sogno di un’idea, ma di un’idea che
deve farsi cosa a qualunque
costo.
Basterebbe
a provarlo, questo suo legame,
l’intensità del suo lavoro e
l’insistente grazia e discrezione con cui attira a
sé la vita di ogni giorno, sia essa una visione, una prima
visione del Ponte di
Rialto come se uscisse da un sogno d’infanzia, sia la
singolare ma casalinga
attrazione amorosa propensione verso il gatto.
Una
non ancora scomparsa credenza – che
riguarda il gatto nero e che ha offerto la materia prima ad una delle
più
sconvolgenti, ma perfette novelle di Edgar Allan Poe – vuole
che lo strano
animale altri non sia che una strega camuffata.
La
Casali, sia ad olio che incidendo, ne
riduce – così sembra – il fantasma a
luogo comune, ma più di una volta, il
luogo comune della leggenda ci viene restituito come fantasma sia pure
amato –
direbbe Baudelaire - per
la sua potenza
e dolcezza e ancora per “…gli atomi
d’oro, come la sabbia fine…che vagamente
splendono nelle loro pupille segrete”.
I
suoi gatti non sono neri però e compaiono
numerosi nelle brevi poesie in cui la mano dell’artista ci
racconta ciò che le
accade come se fossero alieni da impulsi di perversità,
anche quando puntano
sulla gabbia, ma trovano, sulla loro strada, il ragazzo che li vuole
picchiare
per salvare l’uccellino.
Questo,
ci pare, il piccolo sognante
universo che avvolge il lavoro pulito di Emma e che, in tempi di ferro,
ma di
speranza, ci invita ad una pausa dolce, a sospendere, per un momento,
la fatica
e a ritrovare il senso vero di quei versi di Pinkey che ci rimandano ad
una
vita che “potrebbe essere tutta poesia e la noia soltanto un
nome”.
Presentazione
alla mostra presso la Galleria d’arte “La
Linea”, Ferrara – 17-26 febbraio
1973.
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GIOVANNA MAIOLI
LOPERFIDO
Rieccoci
alla quattordicesima, quindicesima
(chi lo ricorda più?) personale della
“nostra” Emma e questa volta siamo tutti
qui riuniti dagli amici della Bottega per i nostri cosiddetti
“ritratti”, nei
quali siamo stati effigiati soli o in compagnia così come
“ci vede lei”.
Ci sono i
rappresentanti più significativi
della famiglia Casali: dal marito, ai figli, alle nuore, ai nipoti di
Emma e
l’Emma stessa naturalmente.
C’è
l’Angela, direttrice della Galleria, che
incrocia le braccia e gambe contemporaneamente in una sua tipica posa
di alcuni
anni fa, c’è Giuseppe calcografo della Bottega
nonché dicitore stecchettiano,
poi c’è l’altro Giuseppe della Rossetta
con baffi maliosi e occhini assassini. C’è
Tono ripreso mentre conversa con
un’amico durante una mostra dell’Emma a Padova e
nell’atto di respingere la
mano di tesa di un noto frate francescano, c’è
Carlo Polgrossi nudo e
iperdotato rispetto a quanto madre natura è solito
assegnare, c’è Romolo Papa
tutto bello rubizzo con il suo gilè giallo,
c’è Brunì di S.Alberto in uno dei
più centrati ritratti della mostra, c’è
il Sindaco Canosani colto mentre viene
intervistato alla Teledetra dalla Giovanna (un po’ insolita
per la verità) e
c’è Arrigo Boldrini retrovisionato nel tempo, con
fronte tiratissima (di solito
la Emma vuol vedere sempre giovani e belli quelli che le sono simpatici
e che
ama: tutti i suoi autoritratti sono pertanto una lunga e compiaciuta
teoria di
Emme fresche e leggiadre).
Ci
sono poi i personaggi letti attraverso le
foto raccattate tra i tanti vecchi giornali di cui ridonda la sua casa
e che
lei scorre da cima a fondo e dal fondo alla cima per poi poterti dire,
come se
si trattasse di una verità rivelata, e convinta
perciò di incastrarti: “no
guarda io l’ho letto, tu sai che io leggo molto”.
Ma non si sa mai dove l’ha
letto, perché non è questo che conta per lei.
E
ci incontriamo così in un fulgido Giordano
Gamberini (un “ritratto” risolto in modo davvero
felice) all’epoca della sua
carriera di Gran Maestro, con Zalet, persino con Lorenzo Stecchetti, al
secolo
Olindo Guerrini.
In
questi “ritratti”, del tutto anomali come
si potrà vedere, finiamo però in qualche modo per
ritrovarci: vuoi per un
atteggiamento della bocca (come non riconoscere, per esempio, Edoardo
Burrini
presidente della Detra proprio per questa sua particolarità)
oppure un gesto
che ci è abituale o un tic o un modo che abbiamo di
guardare, di muoverci.
Azzeccatissima ci pare l’immagine di Alfreda Scioni, seduta
al pianoforte con
le mani in primo piano “perché – afferma
l’Emma alla protesta dell’Alfreda che
si ritrova queste mamone al posto delle sue manine – in una
pianista sono le
mani quelle che contano, perciò si devono vedere
bene…”
Insomma
l’Emma ci squadra, ci soppesa, ci
pesa, ci seziona e quella parte di noi che colpisce la su attenzione,
sempre
vigile, la “stampa” a suo uso e consumo (felice
però se riesce a smerciarla)
condendola spesso con una buona dose di salutare (per lei) cattiveria,
cattiveria però “persino cordiale” come
ebbe a scrivere Tono Zanzanaro.
E
tutto questo – sia ben chiaro – senza la
presenza del modello, anzi il più delle volte il modello non
ne sa nulla. Che direbbe, per
esempio, Franco Solmi se
sapesse di emergere anche lui da una di queste tele caserecce,
bellissimo e
luminescente (all’Emma piacendo in quel momento) tra grigi e
bianchi venati di
azzurro?
E
così è per un altro ravennate, figura nota
nella nostra città, che lo troviamo per ben due volte in
situazioni un po’
scabrose: perplesso dinanzi alla disinvolta positura
“estiva” di Graziella B. e
in atteggiamento di difesa perché pare che l’Emma
spinta dal piccolo Massimo
(quest’ultimo sarà uno dei più
ritrattati nella storia visiva di Emma) gli stia
piombando col sedere sulle ginocchia.
Questa
singolare e feconda artista
autodidatta che da quasi trent’anni ormai si applica ogni
giorno
puntigliosamente sul proprio lavoro, sforna opere a getto continuo che
vanno
dai quadri a olio alle incisioni, ai mosaici, alle sculture in creta.
Ma
non è solo il singolo individuo con le
sue caratteristiche a stimolare la fantasia di Emma. È anche
il quotidiano,
fatto degli avvenimenti freschi di giornata, dei ricordi
dell’infanzia, della
giovinezza, dell’amore; è il gatto o il cane
(valga per tutti la amatissima Ia
scomparsa qualche anno fa) che ha vissuto con lei in tenera e chiassosa
armonia; è il branco di uccellini che si dà
convegno nella sua meravigliosa
boscaglia, da lei chiamata giardino (“vieni a vedere il mio
giardino quanto è
bello”) dove piante e fiori avviticchiati tra loro si
sviluppano in un processo
di fantomatica osmosi.
Ma
anche alla letteratura si è
abbondantemente ispirata la nostra Emma per i suoi
“composes”: il poema
dantesco (poi verranno i sonetti di Stecchetti) è stato per
lei motivo di forte
sollecitazione, tanto da farle produrre un dipinto per ogni canto e tre
cartelle di incisioni.
C’è
chi vuole incasellare l’Emma tra i naifs,
c’è chi invece rifiuta per lei questa etichetta.
Emma per prima dichiara con
strafottenza e forse con un eccesso di baldanza: “Io sono
l’Emma e basta!” E in
un certo senso potremmo anche darle ragione. Tentando comunque di
formulare una
ipotesi potremmo dire
che in una parte
della sua numerosa ma innumerabile (visto il caos in cui alberga)
produzione
esiste una componente di naiveté, ma più che
altro a livello di invenzione, per
il modo cioè come ella guarda le cose e su di esse si
sofferma.
Nella sua pittura, per
esempio, non
ritroviamo certe campiture, certe immagini nette e geometrizzate
tipiche dei
naifs. Sotto certi aspetti, se mai, potremmo avventurarci su un nome,
un magico
nome: Marc Chagall. E perché no?
Presentazione
per la mostra presso la Galleria La Bottega, Ravenna – maggio
1980 – “IO LI
VEDO COSI’”: ravennati e no viventi e defunti (e
loro eventuali storielle) in
una ANTOLOGICA DI EMMA CASALI (“EMMA”).
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ROSETTA
BERARDI
“Interiors
ovvero visita allo studio di Emma
Casali Montanari”
da Il Nuovo Ravennate,
dicembre 1989.
In un giornata di
nebbia novembrina
incontrare una donna come Emma significa sentirsi illuminati da un
raggio di
sole invisibile. Nata ad Alfonsine e residente a Ravenna da parecchi
anni, Emma
è un’artista singolare che anima
l’avventura creativa nella giungla dell’arte.
Di Emma non si può dire, come spesso capita per lodare una
pittrice: “dipinge
come un uomo di talento”. Emma quando crea è se
stessa, autentica e quindi
esprime magnificamente il suo genere. Entrare nella casa-studio
dell’artista,
significa affondare completamente nel suo universo visivo. Coacervi di
tele
dipinte in ogni angolo, appoggiate ai muri, sulle sedie; quelle da lei
preferite sono appese alle pareti senza nessuna pretesa di volere
arredare. Sui
tavoli, portaceneri da lei plasmati, servizi di bicchieri da lei
decorati,
vasi, vasetti, ovunque sculture e mosaici. Tutto parla di Emma. La sua
attività
è molto intensa, moglie-madre-artista, una donna forte,
fantasiosa, stravagante
ed estroversa. Nelle sue opere tratta temi consueti, ma con un piglio
di lirica
ironia. Emma è orgogliosa di presentare le sue opere, di
parlare delle sue
mostre, di esporre i suoi soggetti e comunque vuol parlare di arte. Si
fa
tardi, ci accordiamo per un altro incontro. Esco, mi allontano e vedo
Emma
sulla soglia che mi fa cenno di saluto – penso: una donna che
non deve restare
“perduta nella storia”.
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