RASSEGNA CRITICA

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Tra gli altri, hanno scritto di Emma:
Rosetta Berardi
Enrico Lama
Francesco Lopefido
Giovanna Maioli Loperfido
Giuseppe Pescarini
Tono Zancanaro

ENRICO LAMA

Da presentazione alla prima mostra di Emma presso la Camera di Commercio di Ravenna, 24-31 maggio 1966.

Emma Casali Montanari è una pittrice istintiva e spontanea.

 Per parlare della sua pitture è necessario adeguarsi alla semplicità del suo sentire, ché, altrimenti, si rischierebbe di svisarne la personalità con riferimenti inesatti e inopportuni.

 La pittrice non affronta problemi di maniere, non complicate estrinsecazioni; dipinge e dipinge; dipinge tutto ciò che l’estro suggerisce del soggetto ed essa traduce e traduce subito sulla tela, con candore.

 Una verve, che sa di giocondità nella soggettistica e di serenità tonale, irrora i dipinti e li adorna di note fantasiose e di un’ansia di dire liricamente.

 Eligiaci i paesaggi, talvolta fiabesco il racconto, pungenti i ritratti e acuti.

 Un ticchettio minuto nelle fronde rasenta apparentemente il dilettantismo, ma una scioltezza nei paesi, nella casa del marito, in certi gatti che dilaniano la preda, nel cavallo investito, nella nevicata ecc. lasciano perplessi.

 In preda ad un’accesa estrosità la Casali Montanari non si pone discipline manieristiche, ma dipinge secondo necessità soggettistica e di sensazione. Per cui le apparenti contraddizioni di stile ritrovano invece tra le righe, la sua personalità, il suo intuito e la sua ansia di dire con ogni mezzo.

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GIUSEPPE PESCARINI

 Non c’è dubbio: al visitatore che per la prima volta si accosta alle opere della Casali Montanari vien fatto di sgranar tanto d’occhi per lo stupore: abituati purtroppo come siamo a distinguere a classificare a parlare per parametri e diaframmi, a vedere e a considerare tutto in catalogo e persino in serie, restiamo interdetti di fronte a tanta forza istintiva e spontanea espressa là con un’audacia quasi sfrontata e irriverente con una tecnica personale, ardita, talvolta incerta tuttavia recante traccia e quasi inavvertitamente ricalcante le orme di moderne esperienze, filtrate sempre attraverso un vaglio personale.

 Viva, armoniosa, felice di intuito, forte eppur delicatissima, sola e tenacemente fissa all’approdo di un meraviglioso incanto di natura gentile e poetica ci presenta figure familiari, visioni di paese e di città, ritratti, scorci di paesaggio, nature morte, cerimonie, vicende e aspetti di vita con una fertilità di spunti meravigliosa.

Presentazione per mostra a Lugo (RA) – 25 settembre 10 ottobre 1966 – Sala Mostre Enal

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TONO ZANCANARO

 Il nostro tempo, si sa, nel campo dell’arte soprattutto, dovrebbe essere il più rivoluzionario di tutta la storia dell’umanità, come pretenderebbero tante anime belle. Qualcuno sarebbe capace di numerare i geni e le rivoluzioni artistiche che sono sorte anche solo negli anni recenti? Ma poi, si sa, il tempo mette via via le cose al giusto posto e chi era rivoluzionario ieri, oggi è già un classico! Cioè un dimenticato!

 Intanto a noi fa piacere registrare la presenza, e con più genuina salute, di artisti che senza la pretesa di spaventare il mondo con una nuova rivoluzione, fanno capolino nel nostro campo con la loro opera pittorica piena di umanità, di genuina poesia: come è il caso di Emma Casali Montanari che si presenta con questa personale davvero ricca di note liriche, di profondo e vivo amore per la natura e per la vita, di un senso acuto di osservazione della realtà, soprattutto in quegli aspetti comici o grotteschi, tipici della commedia dell’arte, che le i risolve in modo perfino “cordiale” e comunque pittorico.

Presentazione per la mostra presso la Galleria d’Arte “Il Coccio” a Ravenna – 20 febbraio - 5 marzo 1971.

P.S.

Tono Zancanaro non avrebbe bisogno di nessuna presentazione. Ricordiamo solo che è stato, ed è artista di fama nazionale e internazionale di altissimo livello. Fra l’altro ha lavorato a lungo nella città di Ravenna dove incontrato Emma Casali Montanari, cui ha da subito tributato la sua stima profonda e il riconoscimento del valore, anche eccentrico, delle sue opere. Due personaggi a modo loro eccentrici, e forse anche bizzarri, nel quadro di un quarto di fine secolo non così semplice da traguardare e da cui comunque entrambi traevano linfa anche per continuare a percepire il nuovo mediato dalla necessità di preservare il segno della storia e dell’arte passata.

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FRANCESCO LOPERFIDO

 Da quindici anni, anche fuori dalla sua Ravenna, dove presto vi giunse dalla natia Alfonsine, Emma Casali Montanari è conosciuta ed apprezzata da una cerchia di estimatori il cui numero va crescendo, in relazione al lavoro e alla qualità sua, di artista attivissima.

 Cresciuta in una città, dominata da un antico clima di straordinaria raffinatezza formale, naturalmente sembra prediligere, pur senza studio e preparazione di scuola, un suo modo raccolto e domestico, che ci presenta però in atmosfera d’incantato colore, difficilmente separabili da impronte e modi tipici del colorismo ravennate tardo-antico.

 In questo senso, forse, credo abbia ragione Zavattini, nume della poesia naive, quando parla di “falsi ingenui”.

 Certo anche la Casali rientra, in quanto vi appartiene, in quell’oriente padano “fantastico e politico”, in quella Romagna bassa e gentile, attiva e sognatrice che sembra favorire una cultura di autodidatti, di instancabili lettori e favolisti, di maestri della realtà vissuta come sogno di un’idea, ma di un’idea che deve farsi cosa a qualunque costo.

 Basterebbe a provarlo, questo suo legame, l’intensità del suo lavoro e l’insistente grazia e discrezione con cui attira a sé la vita di ogni giorno, sia essa una visione, una prima visione del Ponte di Rialto come se uscisse da un sogno d’infanzia, sia la singolare ma casalinga attrazione amorosa propensione verso il gatto.

 Una non ancora scomparsa credenza – che riguarda il gatto nero e che ha offerto la materia prima ad una delle più sconvolgenti, ma perfette novelle di Edgar Allan Poe – vuole che lo strano animale altri non sia che una strega camuffata.

 La Casali, sia ad olio che incidendo, ne riduce – così sembra – il fantasma a luogo comune, ma più di una volta, il luogo comune della leggenda ci viene restituito come fantasma sia pure amato – direbbe Baudelaire -  per la sua potenza e dolcezza e ancora per “…gli atomi d’oro, come la sabbia fine…che vagamente splendono nelle loro pupille segrete”.

 I suoi gatti non sono neri però e compaiono numerosi nelle brevi poesie in cui la mano dell’artista ci racconta ciò che le accade come se fossero alieni da impulsi di perversità, anche quando puntano sulla gabbia, ma trovano, sulla loro strada, il ragazzo che li vuole picchiare per salvare l’uccellino.

 Questo, ci pare, il piccolo sognante universo che avvolge il lavoro pulito di Emma e che, in tempi di ferro, ma di speranza, ci invita ad una pausa dolce, a sospendere, per un momento, la fatica e a ritrovare il senso vero di quei versi di Pinkey che ci rimandano ad una vita che “potrebbe essere tutta poesia e la noia soltanto un nome”.

Presentazione alla mostra presso la Galleria d’arte “La Linea”, Ferrara – 17-26 febbraio 1973.

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GIOVANNA MAIOLI LOPERFIDO

 Rieccoci alla quattordicesima, quindicesima (chi lo ricorda più?) personale della “nostra” Emma e questa volta siamo tutti qui riuniti dagli amici della Bottega per i nostri cosiddetti “ritratti”, nei quali siamo stati effigiati soli o in compagnia così come “ci vede lei”.

 Ci sono i rappresentanti più significativi della famiglia Casali: dal marito, ai figli, alle nuore, ai nipoti di Emma e l’Emma stessa naturalmente.

 C’è l’Angela, direttrice della Galleria, che incrocia le braccia e gambe contemporaneamente in una sua tipica posa di alcuni anni fa, c’è Giuseppe calcografo della Bottega nonché dicitore stecchettiano, poi c’è l’altro Giuseppe della Rossetta con baffi maliosi e occhini assassini. 

 C’è Tono ripreso mentre conversa con un’amico durante una mostra dell’Emma a Padova e nell’atto di respingere la mano di tesa di un noto frate francescano, c’è Carlo Polgrossi nudo e iperdotato rispetto a quanto madre natura è solito assegnare, c’è Romolo Papa tutto bello rubizzo con il suo gilè giallo, c’è Brunì di S.Alberto in uno dei più centrati ritratti della mostra, c’è il Sindaco Canosani colto mentre viene intervistato alla Teledetra dalla Giovanna (un po’ insolita per la verità) e c’è Arrigo Boldrini retrovisionato nel tempo, con fronte tiratissima (di solito la Emma vuol vedere sempre giovani e belli quelli che le sono simpatici e che ama: tutti i suoi autoritratti sono pertanto una lunga e compiaciuta teoria di Emme fresche e leggiadre).

 Ci sono poi i personaggi letti attraverso le foto raccattate tra i tanti vecchi giornali di cui ridonda la sua casa e che lei scorre da cima a fondo e dal fondo alla cima per poi poterti dire, come se si trattasse di una verità rivelata, e convinta perciò di incastrarti: “no guarda io l’ho letto, tu sai che io leggo molto”. Ma non si sa mai dove l’ha letto, perché non è questo che conta per lei.

 E ci incontriamo così in un fulgido Giordano Gamberini (un “ritratto” risolto in modo davvero felice) all’epoca della sua carriera di Gran Maestro, con Zalet, persino con Lorenzo Stecchetti, al secolo Olindo Guerrini.

 In questi “ritratti”, del tutto anomali come si potrà vedere, finiamo però in qualche modo per ritrovarci: vuoi per un atteggiamento della bocca (come non riconoscere, per esempio, Edoardo Burrini presidente della Detra proprio per questa sua particolarità) oppure un gesto che ci è abituale o un tic o un modo che abbiamo di guardare, di muoverci. Azzeccatissima ci pare l’immagine di Alfreda Scioni, seduta al pianoforte con le mani in primo piano “perché – afferma l’Emma alla protesta dell’Alfreda che si ritrova queste mamone al posto delle sue manine – in una pianista sono le mani quelle che contano, perciò si devono vedere bene…”

 Insomma l’Emma ci squadra, ci soppesa, ci pesa, ci seziona e quella parte di noi che colpisce la su attenzione, sempre vigile, la “stampa” a suo uso e consumo (felice però se riesce a smerciarla) condendola spesso con una buona dose di salutare (per lei) cattiveria, cattiveria però “persino cordiale” come ebbe a scrivere Tono Zanzanaro.

 E tutto questo – sia ben chiaro – senza la presenza del modello, anzi il più delle volte il modello non ne sa nulla.
 Che direbbe, per esempio, Franco Solmi se sapesse di emergere anche lui da una di queste tele caserecce, bellissimo e luminescente (all’Emma piacendo in quel momento) tra grigi e bianchi venati di azzurro?

 E così è per un altro ravennate, figura nota nella nostra città, che lo troviamo per ben due volte in situazioni un po’ scabrose: perplesso dinanzi alla disinvolta positura “estiva” di Graziella B. e in atteggiamento di difesa perché pare che l’Emma spinta dal piccolo Massimo (quest’ultimo sarà uno dei più ritrattati nella storia visiva di Emma) gli stia piombando col sedere sulle ginocchia.

 Questa singolare e feconda artista autodidatta che da quasi trent’anni ormai si applica ogni giorno puntigliosamente sul proprio lavoro, sforna opere a getto continuo che vanno dai quadri a olio alle incisioni, ai mosaici, alle sculture in creta.

 Ma non è solo il singolo individuo con le sue caratteristiche a stimolare la fantasia di Emma. È anche il quotidiano, fatto degli avvenimenti freschi di giornata, dei ricordi dell’infanzia, della giovinezza, dell’amore; è il gatto o il cane (valga per tutti la amatissima Ia scomparsa qualche anno fa) che ha vissuto con lei in tenera e chiassosa armonia; è il branco di uccellini che si dà convegno nella sua meravigliosa boscaglia, da lei chiamata giardino (“vieni a vedere il mio giardino quanto è bello”) dove piante e fiori avviticchiati tra loro si sviluppano in un processo di fantomatica osmosi.

 Ma anche alla letteratura si è abbondantemente ispirata la nostra Emma per i suoi “composes”: il poema dantesco (poi verranno i sonetti di Stecchetti) è stato per lei motivo di forte sollecitazione, tanto da farle produrre un dipinto per ogni canto e tre cartelle di incisioni.

C’è chi vuole incasellare l’Emma tra i naifs, c’è chi invece rifiuta per lei questa etichetta. Emma per prima dichiara con strafottenza e forse con un eccesso di baldanza: “Io sono l’Emma e basta!” E in un certo senso potremmo anche darle ragione. Tentando comunque di formulare una ipotesi potremmo  dire che in una parte della sua numerosa ma innumerabile (visto il caos in cui alberga) produzione esiste una componente di naiveté, ma più che altro a livello di invenzione, per il modo cioè come ella guarda le cose e su di esse si sofferma.

Nella sua pittura, per esempio, non ritroviamo certe campiture, certe immagini nette e geometrizzate tipiche dei naifs. Sotto certi aspetti, se mai, potremmo avventurarci su un nome, un magico nome: Marc Chagall. E perché no?

Presentazione per la mostra presso la Galleria La Bottega, Ravenna – maggio 1980 – “IO LI VEDO COSI’”: ravennati e no viventi e defunti (e loro eventuali storielle) in una ANTOLOGICA DI EMMA CASALI (“EMMA”).

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ROSETTA BERARDI

“Interiors ovvero visita allo studio di Emma Casali Montanari”

da Il Nuovo Ravennate, dicembre 1989.

In un giornata di nebbia novembrina incontrare una donna come Emma significa sentirsi illuminati da un raggio di sole invisibile. Nata ad Alfonsine e residente a Ravenna da parecchi anni, Emma è un’artista singolare che anima l’avventura creativa nella giungla dell’arte. Di Emma non si può dire, come spesso capita per lodare una pittrice: “dipinge come un uomo di talento”. Emma quando crea è se stessa, autentica e quindi esprime magnificamente il suo genere. Entrare nella casa-studio dell’artista, significa affondare completamente nel suo universo visivo. Coacervi di tele dipinte in ogni angolo, appoggiate ai muri, sulle sedie; quelle da lei preferite sono appese alle pareti senza nessuna pretesa di volere arredare. Sui tavoli, portaceneri da lei plasmati, servizi di bicchieri da lei decorati, vasi, vasetti, ovunque sculture e mosaici. Tutto parla di Emma. La sua attività è molto intensa, moglie-madre-artista, una donna forte, fantasiosa, stravagante ed estroversa. Nelle sue opere tratta temi consueti, ma con un piglio di lirica ironia. Emma è orgogliosa di presentare le sue opere, di parlare delle sue mostre, di esporre i suoi soggetti e comunque vuol parlare di arte. Si fa tardi, ci accordiamo per un altro incontro. Esco, mi allontano e vedo Emma sulla soglia che mi fa cenno di saluto – penso: una donna che non deve restare “perduta nella storia”.

 

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